Giovani Passi

 

GIOVANI PASSI MA... DI CHI?


Siamo un gruppo di giovani che si incontrano un sabato al mese all’oratorio di Osio Sotto per condividere la comune voglia di aprirsi al mondo e una particolare sensibilità missionaria.


E SOPRATTUTTO...COME?


La condivisione è guidata in ogni incontro da una parola chiave che viene scelta di volta in volta dai partecipanti.

Tale strumento offre la possibilità ad ognuno di esprimere le proprie opinioni, sensazioni, idee rispetto ad argomenti ben precisi di interesse comune.


E PERCHÈ?


L’idea è partita dalla voglia di confronto e condivisione di alcuni giovani che hanno fatto esperienze di missionarietà in Africa.

Il progetto che questi ragazzi hanno voluto portare avanti è quello di sensibilizzazione dei giovani delle proprie comunità, degli amici, dei coetanei che spesso si incontrano e con i quali le occasioni di confronto non sempre sono possibili.

La volontà di creare uno spazio di apertura al tema della missionarietà  e del volontariato ha dato quindi vita all’iniziativa Giovani passi che il 07/03/2009 sarà alla sua terza “edizione” ed ha già visto la partecipazione di numerosi giovani (26 al primo incontro, 39 al secondo) di Osio Sotto, Osio Sopra, Mariano, Sabbio, Bonate, Ciserano, Brembate e altri ancora.

 

Prossimo appuntamento:  Sabato 9 gennaio 2010, ore 17:00

Vi aspettiamo ancora numerosi per ascoltare le vostre esperienze e confrontarci!
 


Leggi 0 Commenti... >>

Programma Giovani Passi 2011-12 Stampa E-mail
Mercoledì 07 Aprile 2010 09:27
Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Dicembre 2011 16:16
 
Programma 2010-11 Stampa E-mail
Mercoledì 07 Aprile 2010 09:27
Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Dicembre 2011 16:03
 
Essere ospitali oggi Stampa E-mail
Martedì 23 Febbraio 2010 15:50

Nell’appuntamento di Febbraio di Giovani Passi un buon gruppo di giovani si è lasciato provocare ed interrogare su un tema di attualità che riguarda tutti … L’ospitalità, l’accoglienza verso il prossimo. L’argomento è stato introdotto dalla lettura di un brano tratto dal libro “I Barbari” di Alessandro Baricco, che racconta come la Muraglia Cinese, realizzata secoli fa, racchiudesse in sé l’idea che l’impero fosse la civiltà e tutto il resto fosse barbarie e quindi non-esistenza. Da questo brano siamo partiti per rileggere le nostre quotidiane esperienze con l’alterità, con nuove culture che si fanno sempre più prossime a noi fino ad intrecciarsi con le nostre radici talvolta … abbiamo parlato di confini, che possono avere due significati differenti: possono diventare barriere per chiuderci e non lasciarci incontrare l’altro oppure diventare squisiti punti di incontro per iniziare a conoscerci e confrontarci. Nell’avvicinamento serve però complementarietà, entrambe le parti devono porsi in atteggiamento di apertura ma come osserva un giovane, tra le parti non c’è parità e quindi chi ha più mezzi ha probabilmente anche più responsabilità nel “gioco”della conoscenza. Ospitalità significa accogliere, far sentire a proprio agio … quante volte invece sentiamo solo il bisogno di difenderci dall’altro! Conoscere chi ci sta davanti prevede anche la volontà di mettersi in discussione!

Vi aspettiamo al prossimo incontro di Giovani Passi che si terrà Sabato 13 Marzo alle h 17.00 in oratorio… qui proveremo insieme a metterci in discussione e confrontarci!

 
Ospitalità - Incontro di Giovani Passi del 13/2/2010 Stampa E-mail
Martedì 23 Febbraio 2010 14:17

La grande muraglia

In genere si crede che la Grande Muraglia sia una cosa antichissima, una specie di monumento estremo che affonda le radici nella notte dei tempi. In realtà, così come la conosciamo, con quel suo serpente di mura che inanella torrioni uno dopo l'altro, seguendo passivamente il profilo del paesaggio, la Grande Muraglia è una costruzione relativamente recente: un paio di secoli di lavoro, tra Millequattro e Milleseicento. Fu il parto di una singola dinastia, i Ming: la loro spettacolare ossessione. Apparentemente, l'idea era quella di difendersi dalle scorrerie dei nomadi del nord tirando su un muro che corresse dal mare fino alle profonde regioni occidentali. In realtà, la faccenda era assai più complessa. Dove noi tendiamo a vedere un dispositivo militare si nascondeva, invece, un modo di pensare. A nord, nella steppa, c'erano i barbari. Erano tribù nomadi che non coltivavano la terra, praticavano la razzia e la guerra come mezzo di sostentamento, ed erano splendidamente estranee alla raffinatezze della civiltà cinese. Quando il bisogno li incalzava, premevano ai confini dell'impero, e proponevano scambi commerciali. Se gli erano rifiutati, attaccavano. Per lo più, razziato il territorio, se ne scomparivano da dove erano venuti. Ma non mancò chi si spinse a conquistare l'intero impero: Kublai Khan era mongolo, e l'ultimo imperatore cinese, quello spodestato nel 1912, era mancese: barbari, tutt'e due, saliti al trono. Impensabile, ma vero. Per secoli, le diverse dinastie avvicendatesi al potere si posero così il problema di come affrontare quella variabile impazzita che turbava la quiete dell'impero. Quella della muraglia era un'opzione, ma non l'unica. C'erano almeno due altre soluzioni possibili. La prima era invadere i barbari e sottometterli: abbastanza logica, per un impero, ma difficile da realizzare. I nomadi erano formidabili combattenti, e per sconfiggerli bisognava in certo modo accettare il loro modo di combattere e imitarlo. Inoltre, anche ammesso che si riuscisse a vincere, restava da capire cosa farsene di quelle steppe inospitali e come fare, poi, a presidiarle. La seconda opzione era piegarsi a commerciare con loro. Dico piegarsi perché l'idea di scambiare delle merci con i barbari era ritenuta una debolezza ai limiti dell'impensabile. Lo immaginate il Celeste Imperatore che si siede al tavolo con un barbaro e si piega al ricatto, offrendo prezioso grano in cambio di inutili cavalli? Dio non tratta con i selvaggi. Non accetta i loro doni, non riceve i loro ambasciatori, e neanche si sogna di leggere i loro messaggi. Non esistono, per lui.
Il fatto però era che quelli esistevano eccome. Così, per secoli, l'establishment militare e intellettuale cinese si esercitò intorno a quel dilemma delle tre possibilità: attaccare, commerciare o tirare su un muro? Suonava come un problema di strategia militare, ma loro ne fecero un problema quasi filosofico, intuendo che prendere una decisione equivaleva a scegliere una certa idea di se stessi, una certa definizione di cosa fossero l'impero e la Cina. Sapevano che attaccare e commerciare erano gesti che in qualche modo costringevano l'impero a uscire dalla tana, e l'identità cinese a misurarsi con l'esistenza di gente diversa. Il muro, invece, sembrava la sanzione stessa della compiuta perfezione dell'impero, la certificazione fisica del suo essere il mondo intero. Così facevano finta di interpellare i generali, ma era dai filosofi che si aspettavano una risposta. Insegnandoci, per sempre, che nel proprio rapporto coi barbari ogni civiltà reca inscritta l'idea che ha di se stessa. E che quando lotta con i barbari, qualsiasi civiltà finisce per scegliere non la strategia migliore per vincere, ma quella più adatta a confermarsi nella propria identità. Perché l'incubo della civiltà non è essere conquistata dai barbari, ma esserne contagiata: non riesce a pensare di poter perdere contro quegli straccioni, ma ha paura che combattendoci può uscirne modificata, corrotta. Ha paura di toccarli. Così prima o poi l'idea a qualcuno viene: l'ideale sarebbe mettere un bel muro tra noi e loro. Ai cinesi venne un sacco di volte, nel corso dei secoli. Era l'unico sistema di combattere senza sporcarsi le mani e rischiare contagi. Era l'unico sistema per annientare qualcosa di cui non erano disposti ad ammettere l'esistenza. Da un punto di vista filosofico, era geniale. Dal punto di vista militare, va detto, non funzionò mai. Nessuna muraglia, né quella che vediamo oggi, né quelle, più modeste, che l'avevano preceduta, servì ad alcunché. I barbari ci arrivavano sotto, bestemmiavano un po', poi giravano il cavallo (decine di migliaia di cavalli) e iniziavano a galoppare lungo il muro. Quando finiva, ci giravano attorno e invadevano la Cina. Lo fecero più volte. Erano nomadi ed erano nati a cavallo: spostarsi di qualche migliaio di chilometri non gli cambiava un granché la vita. Più di rado, forse colpiti da umana impazienza, attaccavano un punto del muro, lo squarciavano e dilagavano al di là. Per cui non c'è dubbio: costruire, mantenere e presidiare quella muraglia aveva dei costi del tutto sproporzionati alla sua utilità militare. Solo un generale deficiente avrebbe potuto concepire un piano del genere. O un filosofo geniale, come iniziate a capire. Così, ecco quello che siamo autorizzati a pensare della Grande Muraglia: non era tanto una mossa militare, quanto mentale. Sembra la fortificazione di un confine, ma in realtà è l'invenzione di un confine. È un'astrazione concettuale, fissata con tale fermezza e irrevocabilità da diventare monumento fisico e immane.

È un'idea scritta con la pietra. L'idea era che l'impero fosse la civiltà, e tutto il resto fosse barbarie, e quindi non-esistenza. L'idea era che non c'erano gli umani, ma cinesi da una parte e barbari dall'altra. L'idea era che lì in mezzo ci fosse un confine: e se il barbaro, che era nomade, non lo vedeva, adesso l'avrebbe visto: e se il cinese, che era impaurito, se lo dimenticava, adesso se lo sarebbe ricordato. La Grande Muraglia non difendeva dai barbari: li inventava. Non proteggeva la civiltà: la definiva. Per questo noi la immaginiamo lì da sempre: perché antichissima è l'idea, cinese, di esser la civiltà e il mondo intero. Anche quando quel muro era giusto una catena di terrapieni accennata qua e là, per noi già si chiamava Grande Muraglia, perché rocciosa e monumentale e era già allora l'idea che esistesse quel confine. Per secoli fu poco più che un'immagine mentale: realissima ma fisicamente inappariscente. Così, quando Marco Polo andò laggiù e raccontò tutto quel che vide, della Muraglia non fece parola. Possibile? Non solo possibile, ma logico: Kublai Khan era un mongolo, l'impero che Marco Polo vide era quello dei barbari vincitori che erano scesi dal nord e si erano presi la Cina. Esisteva nella loro mente quell'idea di confine? No. E, sparita dalla mente, la Grande Muraglia era poco più che qualche singolare fortificazione sperduta nel nord: per qualsiasi Marco Polo, era invisibile.

Così noi, oggi, nella Grande Muraglia possiamo leggere la più monumentale e bella enunciazione di un principio: la divisione del mondo tra civiltà e barbarie.

Ultimo aggiornamento Martedì 23 Febbraio 2010 14:23
 
Anno nuovo, strade nuove da percorrere insieme per Giovani Passi Stampa E-mail
Martedì 23 Febbraio 2010 14:16

Con l’anno nuovo sono ripartiti gli incontri di Giovani Passi, un gruppo di giovani che si ritrova una volta al mese presso l’oratorio per fare due chiacchiere sui temi della missionarietà e del volontariato.

Lo scorso 9 Gennaio sono stati con noi Stefania e Matteo. Questi due giovani, dal 2001 hanno passato le loro vacanze estive in giro per il mondo con il progetto “Giovani per il mondo” della Caritas Bergamasca, si sono sposati e hanno maturato la disponibilità a impegnarsi in favore delle persone meno fortunate…hanno deciso così di partire per due anni per l’isola di Nias, in Indonesia, con un progetto di Caritas Italiana. Il lavoro di Stefania e Matteo è teso a sostenere la Caritas Locale nei progetti che sono seguiti allo tsunami e al devastante terremoto del 2005. “ Ora che la difficile fase della ricostruzione sta terminando, è importante impegnarsi in progetti di sviluppo favorendo il coinvolgimento delle comunità…” racconta Matteo che insieme alla moglie ha deciso di “camminare con la gente, stargli vicino, cercando di essere segni della sensibilità verso il prossimo”. Accanto a questi desideri di rinascita e sviluppo, non manca la volontà di           accompagnare le Chiese sorelle, con la formazione e il sostegno, attraverso servizi segno per i più poveri, siano essi cristiani oppure no.”

Stefania ci riporta con la memoria ad alcuni incontri in cui abbiamo parlato di possibilità, di scelte e ci ricorda che “ le nostre maggiori possibilità di scelta qui in occidente, significano anche più responsabilità … nei confronti di noi stessi e del prossimo”  e dice una frase che mi ha colpito molto: “Non solo andare in posti lontani, ma anche stare insieme una volta tornati è bello e fondamentale”, per tenere vivo l’entusiasmo che ci ha fatti uscire dalle nostre case per incontrare gli altri, l’Altro. Prima di salutarci i due giovani ci ricordano l’importanza della pazienza e la bellezza dell’attesa nel momento in cui ci troviamo a condividere un pezzo di strada con gli altri: “ Il nostro lavoro è lento, necessita di pazienza . Qui abbiamo tutto e subito. Accompagnare la gente di Nias, camminare insieme significa avere la pazienza di aspettare prima di fare qualsiasi cosa”, per non correre il rischio di soffocare e dimenticare il prossimo nella nostra smania di fare.

Ringraziamo nuovamente tutti gli amici che hanno contribuito a rendere ancora più ricca la discussione.

 

Ultimo aggiornamento Martedì 23 Febbraio 2010 14:21
 
<< Inizio < Prec. 1 2 Successivo > Fine >>

Pagina 1 di 2